DECOSTRUIRE L’IMMAGINE PER TORNARE A VEDERE: COSA RIMANE QUANDO IL MARE SI MUOVE, DI GAETANO CRIVARO

Autore:

Condividi su:

Mare cristallino, spiaggia bianca sovraffollata, gite in barca, un venditore ambulante che urla «coccobello!» come nello stereotipo più radicato: così si apre Cosa rimane quando il mare si muove di Gaetano Crivaro, apparentemente promettendoci un documentario osservativo classico. Il film procede per stratificazione: si accumulano punti di vista, tipi di immagini, stili, informazioni, dimensioni emotive, come elementi di una articolata argomentazione.

I filmini di famiglia ritraenti vacanze balneari, con tuffi, giochi, felicità, aprono a una profondità temporale e a una dimensione affettivo-nostalgica: un po’ tutti abbiamo vissuto e amato, o almeno conosciuto, le vacanze al mare in stabilimenti a misura d’uomo, il senso di affezione per quei ricordi è un’emozione molto comune che ci rende però invisibile una parte di quell’esperienza.

Ben presto però arriva qualcosa a disturbare l’idillio estivo: si sentono dei clic del mouse, compare il cursore, una voce fuori campo che commenta i bambini che giocano. Il titolo del film viene trascinato su schermo e posizionato dalla freccina bianca, palesando l’atto di creazione digitale del film, del montaggio dei pezzetti che lo compongono, lasciandoci un po’ perplessi, ma anche divertiti.

A seguire si torna a osservare: la stagione balneare si conclude e c’è tanto lavoro da fare per chiudere tutto. Spariscono i lettini e gli ombrelloni, si impacchettano gli arredi degli hotel, la massa umana si riduce a qualche individuo qua e là. Guardiamo la Sardegna vacanziera svuotarsi, spopolarsi, e più i turisti spariscono, più diventa visibile tutto il resto – nonostante sia sempre stato lì. Le webcam meteorologiche, distanti occhi digitali sul paesaggio, impongono un’immagine sgranata e disturbata di quelle spiagge che abbiamo visto prima luminose e bellissime, il cerchio di buffering dello streaming svela l’artificialità, ci ricorda che stiamo guardando l’immagine di una immagine, spingendoci a stare vigili, a riconoscere l’atto di costruzione del discorso che stiamo osservando.

Le immagini di laboratorio e del microscopio dalla banca del germoplasma della Sardegna (dove conservano semi, soprattutto rari, per ripiantarli dopo incendi o altri eventi disastrosi), disumanamente prossime al loro oggetto di osservazione, ingigantiscono minuscoli semi di piante dalle proprietà incredibili ma altrettanto fragili, essenziali per l’ecosistema delle dune. Osservazione ravvicinata e spiegazione scientifica del gruppo di ricerca svelano l’invisibile a occhio nudo, che pure costituisce essenzialmente il paradiso naturale a cui tutti aneliamo.

A circa due terzi del film arriva poi la voce di un docente universitario a spiegare come “funzionano” le spiagge e le coste in natura e quanto la nostra aspettativa di come debba apparire un lido sia in sostanza l’equivalente della morte di un sistema naturale. «Abbiamo promesso al turista che la spiaggia sarda è bianca e caraibica, cipria», dice il docente, e tutto ciò che non è conforme a questa immagine ideologica è sporco, da eliminare, nonostante si tratti di vita, della condizione stessa di esistenza di quella natura.

Il discorso del docente segna una svolta di consapevolezza per la successiva parte finale del film: abbiamo già visto i semi al microscopio, ma ora ci appaiono più preziosi; la posidonia da sporcizia diventa, sotto i nostri occhi, importante e da proteggere, lasciandoci addolorati nel vedere l’intervento violento della ruspa che la rimuove; l’ingenuo gesto del furto di sabbia come souvenir turistico acquisisce il peso delle sue conseguenze; i ricordi d’infanzia ci rendono complici involontari: non possiamo non amare le nostre vacanze estive, ma ora ne vediamo un aspetto diverso. Crivaro opera una profonda trasformazione dello sguardo: rende visibile tutta la violenza che, come umani, operiamo su un territorio pur di farlo aderire alle nostre aspettative e desideri di divertimento. Ci colloca nella complessità del nostro rapporto con territorio e natura. Non solo accoglie punti di vista e sguardi diversi – non si tratta solo di una moltiplicazione dei punti di vista – ma ne utilizza consapevolmente le peculiarità. Questa scelta emerge nei piccoli dettagli, in scelte di montaggio che lasciano più spazio al difetto piuttosto che all’immagine “giusta” e pulita. Sceglie le immagini delle webcam meteorologiche più sgranate a causa delle cattive condizioni meteo, di lasciare le schermate di caricamento e tutto il “rumore” visivo – materiale tendenzialmente scartato in favore di una visione più chiara. È così che lo sguardo dello spettatore si attiva e inizia a chiedersi perché, così nel panorama contemporaneo di una sovraesposizione a immagini bellissime e pulitissime la curiosità si riattiva e con essa un germe di pensiero critico. Importante sottolineare anche il minuzioso lavoro sul suono, a cura di Margherita Pisano e Stefano Grosso: non è semplice presa diretta o completamento didascalico, anzi lavora su dissonanze e immersività – letteralmente: spesso proviene da sotto la superficie dell’acqua, da dentro le masse di posidonia, dai macchinari come i metaldetector e il microscopio. È un suono che va a completare ciò che l’immagine non può dire da sola, contribuendo in modo tanto autonomo quanto omogeneo alla costruzione del discorso del film.

Per comporre questo discorso, Crivaro attinge a svariati elementi e generi del cinema documentario, ricombinandoli in modo originale e creativo. Se, come detto sin dallinizio, il film si presenta e si struttura in buona parte come documentario osservativo, sa anche superarne i canoni e contaminarsi con il desktop film e con il film-saggio, raggiungendo un risultato ibrido che solo in questa forma può dirsi riuscito nel suo obiettivo. Se il documentario osservativo classico ha solitamente tra i suoi obiettivi quello di rendere apparentemente invisibile la macchina da presa e con essa il punto di vista del regista, Crivaro trattiene latteggiamento di osservazione proprio del genere ma espone limpidamente lartificialità del punto di vista e la stratificazione dellimmagine. Questa capacità di muoversi tra formati e modalità di fare cinema documentario è stata riconosciuta anche dalla giuria del 44esimo Bellaria Film Festival, che ha assegnato al film il premio per la migliore innovazione cinematografica. Ma oltre a una capacità tecnica di gestione del materiale filmato, il film di Crivaro riesce in ciò che Daniele Dottorini descrive nel suo La passione del reale: «La prima potenza del cinema risiede nellaffermazione di una condizione fondamentale e filosofica dellesistenza: lo stupore, la meraviglia di fronte al mondo. […] Solo così (proprio così), il cinema coglie non il reale” o la verità”, ma la capacità di stupirsi di fronte a ciò verso cui ci avviciniamo» (2018, pp. 19-20)[1]. Per enunciare la verità della difficile situazione ecologica della Sardegna potrebbero bastare immagini didascaliche, un riprendere il reale con la pretesa che esso basti a dire tutto. Crivaro sa invece che il cinema deve essere in grado di attivare lo sguardo dello spettatore contemporaneo e creare un nuovo rapporto con le immagini e in questo caso con luoghi talmente tanto rappresentati e stereotipati da dover essere decostruiti per tornare visibili. Così il film si conclude con un caleidoscopio di frammenti di vacanze, sole e mare che si rivelano nella loro parzialità e complessità.


[1] D. Dottorini, La passione del reale. Il documentario o la creazione del mondo, Mimesis, 2018