IL NAUFRAGIO È LA NOSTRA ROTTA – INTERVISTA SU SBUNDO A JONNY COSTANTINO E FABIO BADOLATO

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In un panorama cinematografico spesso soffocato dalla precisione del calcolo, Jonny Costantino e Fabio Badolato irrompono con Sbundo, un’opera viscerale che trasforma il cedimento strutturale in estetica del “film naufragio”. Partendo dalle suggestioni di un gangster movie d’ambientazione marina, i due registi hanno seguito la deriva del proprio materiale filmico fino a toccare i vertici di una narrazione “ultracinematografica”, dove il dialetto calabrese e la carne dei protagonisti si fanno materia poetica e dolente. In occasione della proiezione del film il 15 maggio alle ore 21:00 presso il Circolo Ribalta di Vignola, abbiamo raggiunto gli autori per un’intervista esclusiva, esplorando la genesi di questo progetto che elegge la perdita della rotta a unica, necessaria direzione.

Legenda: CG (Carolina Guasina), JC (Jonny Costantino), FB (Fabio Badolato)

CG: Il termine calabrese “Sbundo” indica l’eccesso estremo o la rovina: sballarsi fino a perdere i sensi, mangiare fino a scoppiare o, nel senso più cupo, pestare qualcuno fino a massacrarlo. Esso suggerisce un cedimento strutturale, uno sfondamento. In che modo questa parola si è trasformata da concetto gergale a vera e propria categoria ontologica all’interno del film? Possiamo considerare lo “sbundamento” come uno stadio terminale dell’uomo?

JC: Il titolo di lavorazione del film era Marina dove Marina è un luogo fisico, il nome di un personaggio e un genere pittorico. L’idea di partenza era fare un gangster movie d’ambientazione marina. Poi, a riprese iniziate, il peggio che poteva capitare è capitato e il film s’è di fatto sbundato per divenire, appunto, Sbundo. Ha cioè rivendicato un titolo che rendesse conto dello smottamento profondo che – sballando gli incastri della sceneggiatura, dinamitando le buone intenzioni della regia – ha donato all’opera una nuova e più intensa vita. Il male talvolta è la salvezza.

Lo sbundo è una condizione limite, ma non per forza terminale. Può essere un’esperienza esordica su altri livelli di esistenza, su sorprendenti piani di ricerca, se non ti lascia stecchito. Abbiamo intercettato uno stato liminale dell’essere per cui mancava una compiuta presa di petto cinematografica, visto che lo squasso che ha luogo nel corpanima del protagonista ha una sua ricaduta slabbrante sulla forma del film.

Mi sembra anche superfluo esplicitare che non metti al mondo un’opera come Sbundo se non sai di cosa stai parlando, se in qualche modo, lo sbundo, non l’hai vissuto sulla tua pelle.

CG: Avete definito l’opera un “film naufragio”. Se il cinema tenta spesso di costruire una rotta, voi sembrate celebrare la perdita della bussola. Qual è il valore estetico e politico di un’immagine che non vuole più tenere insieme i pezzi, ma preferisce testimoniare la deriva?

JC: Abbiamo bisogno di perderci per trovarci. Pure nell’arte è così, se siamo spiritualmente esigenti: abbiamo bisogno di perderci in un’opera che però non ci abbandoni. Sbundo è un film spericolato che fa strada all’interno una dimensione precisa nella sua ambiguità, luminosa nella sua oscurità, verso un capolinea che non è prestabilito: esso è espressione della deriva.

Tutto è estetico e tutto è politico in una creazione cinematografica degna di questo nome. Personalmente diffido dalle visioni concilianti cosmetiche pacioccone, le trovo menzognere e colluse con le forze più degradanti e avvilenti.

Sono dell’avviso di Francis Bacon: la grande arte, gira e rigira, non può che condurci alla nostra fragilità di umani disancorati, alla nostra infinita frantumabilità.

FB: Il naufragio come principio di morte iniziatica in uno spaziotempo dell’oblio che genera nuovi e costanti riferimenti, sempre incredibilmente ravvicinati. Si naviga a vista su una cartografia nella visione dove bussola magnetica e rotta predefinita diventano limiti e pericolo del percorso stesso. Si naviga tra l’esperienza vivida di un corpo (quello dello stesso processo filmico) che si smembra e vira nella sua aberrazione. L’istinto è di andare oltre, di proseguire nello sbundo generando un magnetismo sotto l’influenza di nuove forze.

JC: La potenza e la verità dell’approdo sono in rapporto con la pericolosità del naufragio. Governare le catastrofi che devastano il film senza attenuarle: sta tutto qui. Come dire: essere all’altezza del naufragio. Il naufragio è una rotta. Il naufragio è la nostra rotta.

CG: In Sbundo il dialetto calabrese non ha una funzione naturalistica, ma sembra agire come un elemento materico, quasi una secrezione del corpo dei personaggi. Come avete lavorato sulla fonetica per elevarla a ritmo poetico, evitando le secche del realismo regionale?

JC: È stato spontaneo. Innanzitutto perché la musicale cruenza del catanzarese ci è familiare. Vito “Gastone” Catania è una presenza tanto fisica quanto fonetica. La sua lingua madre non è l’italiano, è il dialetto di Catanzaro Lido o ‘a Marina. È tale l’incanto che proviamo per il raschio della sua voce baritonale che abbiamo composto per lui un Gastone Blues, a partire dal testo del Mio cuore messo a nudo di Charles Baudelaire. E il nostro protagonista lo ha fatto suo, questo canto bastardo, sputando fuori soltanto le parole che riusciva a tradurre in dialetto e a masticare senza forzature intellettuali, in cui poteva identificarsi come uomo.

CG: La poetica dell’Ultracinema si fonda sull’urto. In questo film, l’uso di primissimi piani ossessivi e di dettagli epidermici sembra voler annullare la distanza tra spettatore e schermo. È un tentativo di trasformare la visione in un’esperienza tattile, addirittura dolorosa?

JC: Sbundo gioca col fuoco. Qui – dove Fabio e io siamo stati anche direttori della fotografia e operatori di macchina – il nostro occhio ha mirato alla palpazione della carne, al palpito sotto la pelle. Abbiamo girato con due camere, a fuochi incrociati, per abolire ogni diaframma tra noi e il corpo degli attori, per registrarne sensibilmente ogni irradiazione.

Per come la concepiamo e pratichiamo, l’idea di ultracinema è esponenziale di un cinema che non si accontenta di essere solo cinema, un cinema che forza i confini del cinema, un cinema che si reinventa e ristabilisce i propri orizzonti in corso d’opera.

Sbundo è un film sui generis, a sé stante. C’è l’urto, come no, ma pure la carezza. Ci sono le fitte di dolore e c’è la vertigine del piacere. Lo spettatore è chiamato tanto a soffrire quanto a godere con gli attori e con gli autori, selvaggi e raffinati come il loro film viscerale.

Abbandono e controllo, assecondare e guidare: Fabio e io giriamo come si scopa – amorosamente.

CG: Gastone, il protagonista, abita un “gangster movie” svuotato delle sue componenti eroiche. Come si concilia la pesantezza della carne (il sesso, la droga, la violenza) con l’astrazione di una figura che sembra già appartenere a un regno d’oltretomba?

JC: Quella che percepisci come astrazione è un eccesso di concretezza, una concretezza che, autosbundandosi, cola nel suo apparente contrario, facendo sì che l’inquadratura divenga partitura: partitura della ressa che assorda Gastone dentro. Non abbiamo paura del rumore, innanzitutto visivo. Gastone è un uomo di vita, in senso anche pasoliniano. Gastone è stato sbundato dalla vita. Ha vissuto, e vive sotto i nostri occhi, fino alla feccia.

Gastone è vita eccessiva che tracima dall’altra parte. Il ristagno sa talvolta di oltretomba, te lo concedo, ma è ristagno virulento di vita.

Ossessive e paranoiche, pulsano in Gastone le vene della disillusione, della delusione, dell’amarezza, assieme però al riso irresistibile, all’oltranza nell’amicizia, allo sprezzo della morte. Non mancano i momenti in cui è lieve come una piuma, Gastone, ed esilarante nella sua disperazione. Anche Sbundo è così, alterna pesantezza e leggerezza. La leggerezza ama la profondità e n’é ricambiata. «I felt a Funeral, in my Brain», scrive Emily Dickinson, ma quale festa i suoi versi, per chi sappia assaporarne la musica! C’è in Gastone la poesia estrema di chi non smette di prendere cazzotti nell’angolo della vita ma non dà nessuna soddisfazione al suo massacratore. Nella sua perversa e candida maniera d’incassare, non è privo di nobiltà.

Gastone è un controeroe deragliato.

In forza del suo carisma sulfureo, della sua febbre autodistruttiva, del suo spessore lacerato di vita e di morte, non vedo troppi rivali nella storia del cinema cui ci rivolgiamo con maggiore attenzione. Il Ben Gazzara di Assassinio di un allibratore cinese, l’Harvey Keitel del Cattivo tenente, il Philippe Nahon di Solo contro tutti sono tre tizi che Gastone può guardare negli occhi, con fierezza, fermo restando che, a differenza loro, Vito Catania NON è un attore professionista.

E noi siamo con lui fino alla fine, fin dentro la fine, su quel peschereccio e oltre. Non lo molliamo mai. Non lo giudichiamo mai. Gastone siamo noi.

CG: Il “tradimento” è il motore immobile della vicenda. In un’epoca dominata dal cinismo, voi trattate il tradimento come una ferita sacra. Perché secondo voi l’unico modo per ritrovare una forma di “vibrante gentilezza” è passare attraverso l’atrocità della perdita?

JC: Un certo scetticismo e un certo fatalismo scorrono nel film, che in parte sono quelli degli autori, però no, non c’è cinismo, non siamo cinici. Il cinismo non è mai il modo più penetrante di misurarsi col vivente. Non siamo portatori di quel genere di risentimento. E pure per noi, come per Gastone, l’amicizia è una fede. Non siamo in questo più smaliziati né più intelligenti del nostro personaggio. Sbundo è un film romantico, come insiste il musicologo Stefano Zenni.

Sbundo è un film sacro. Se dissacra è per riconsacrare un certo modo azzardoso e generoso di stare al mondo e nel cinema, entrambi intasati, il mondo e il cinema, da troppa merda tiepida e calcolata, tremendamente cinica nella sua ruffianeria. E non c’è sacro senza sacrificio.

Non crediamo che l’unica via possibile verso una «vibrante gentilezza» (bella formula) sia una perdita atroce, non arriveremmo a dire tanto. Ognuno fa quel che può con le carte che la sorte gli serve, come capita a Gastone. Crediamo però che la luce sia più luce quand’è arteriata di tenebra. E qui chiamo in causa due poeti per rendere meglio l’idea. «E forse avrò perduto tutto una volta arrivato», è un verso che da sempre mi accompagna di Blaise Cendrars, un faro nello sbundo.

«Noi siamo la nostra mancanza», scrive Domenico Brancale che sbunderemo come attore in Sbundo².

CG: La Calabria di Sbundo è un paesaggio sottratto alla cronaca e restituito al mito. La narrazione si muove tra club, porti e spiagge deserte che riflettono l’immobilità interiore dei protagonisti. Come avete gestito il rapporto tra la luce abbacinante del sud e il “fiato della notte”?

JC: Fisiologicamente. Siamo cresciuti in quella luce e in quella notte. Andiamo a nozze con certi travasi chiaroscurali. Avevamo già indagato quel pezzo di costa col super8 di Le Corbusier in Calabria, opera del 2010 dove spingiamo il paesaggio calabrese verso una sintesi figurativa e cromatica in dialogo inevitabile con una certa pittura non solo novecentesca, dal Perro semi-enterrado di Goya al Rothko più emblematico.

Gastone è un cane rognoso che affoga in una fiumara di fango.

FB: Noi usiamo la Calabria come una Lente di Fresnel. Annullando il gonfiore, il grasso di uno spessore focale inutile, diamo vita a una matrice tutta nostra, rispetto a un territorio rugoso e sfaccettato, ma ripulito da retoriche e malori che ammoscerebbero non solo il nostro cinema.

Come un faro si pone strategicamente lungo un profilo costiero, la sua luce dev’essere di altrettanta portata e significato, e noi facciamo lettura delle sue intermittenze luminose e dei suoi silenzi.

Così mentre Gastone naufraga nel suo mondo noi cortocircuitiamo.

JC: Aggiungerei che la formula della creazione propria di Sbundo ma in fondo di tutto il nostro cinema calabrese e non – è necessità poetica per vissuto emotivo per istinto registico per cura del naufragio.

CG: Il film sembra vivere in un tempo circolare, un eterno ritorno del trauma. Qual è stata la sfida nel montaggio per restituire questa sensazione di stasi, dove ogni movimento sembra in realtà un affossamento nell’abisso?

JC: Il cerchio c’è in Sbundo ma è rotto e si avvita a spirale. Il nostro abisso è spiroidale. Non parlerei di stasi. Seppure quello compiuto da Gastone è un falso movimento («La fine è nel principio, eppure si continua», per dirla con Beckett), quante evoluzioni e rivoluzioni emotive avvengono durante il suo inabissarsi!

Il montaggio è un momento di estrema intimità, un vero e proprio ménage a trois: Fabio, io e la timeline. La sfida primaria è accudire le scosse epifaniche che abbiamo vissuto sul set e concertarle, lavorando ora per consonanza ora per dissonanza, ora contraendo ora dilatando, dipende, alternando il pugno duro ai guanti di velluto, stroncando le rispettive affezioni e indulgenze, tenendo solo l’essenza, il cuore del cuore.

Il ritmo non è mai preventivo: sono la qualità e la densità delle riprese a imporcelo quando abbiamo le mani nella pasta del girato. Lo sentiamo e basta, quando la nostra musica inizia a prendere forma. Non abbiamo bisogno di convincerci di alcunché, o siamo folgorati oppure niente.

Se la magia c’è la senti, sul set come al montaggio, non c’è margine di bluff. Tutto è consentito pur di non sciupare la magia, per trasformare ogni singola scena in un what the fuck.

Jonny Costantino e Fabio Badolato durante le riprese di SBUNDO, foto di Lorenzo Spagnolo

CG: In Sbundo, il sonoro sembra un organismo vivente: un impasto di ronzii d’insetti, suoni ambientali, silenzi gravidi e partiture jazz che non commentano l’azione, ma la squarciano. Avete parlato di un approccio al montaggio sonoro che mira a restituire la “vibrazione della materia”. In che modo avete lavorato sulla stratificazione dei suoni per far sì che lo spettatore non si limiti a guardare il naufragio di Gastone, ma venga sommerso acusticamente dal collasso del suo mondo?

JC: Sbundo è un film sinfonico, com’ebbe a dire Antonio Moresco, che vide l’opera in una prima cantieristica versione nel 2015 e che sulla base di quella visione si convinse a interpretare il protagonista della Lucina [2018].

Siamo piuttosto fissati col suono e siamo portatori di una sensibilità jazz scatenata sul versante free. Basti dire che il nostro primo lungometraggio documentario [uscito nel 2006] s’intitola Jazz Confusion.

La vita è sporca e la bellezza che ci sta a cuore non teme la sporcizia, bensì la coltiva, tanto la sporcizia visiva quanto la sporcizia sonora. La materia gorgheggia e gorgoglia, sussurra e scoreggia. Ci prendiamo tutto quello che passa il convento, mantenendo un approccio documentario su una finzione che per noi è verità intensificata dall’illusione. Tutto: dal martello pneumatico fuoricampo al vento che distorce il parlato. Dall’impasto di questi elementi grezzi ricaviamo un paesaggio sonoro ch’è una sorta di brodo primordiale da cui affiorano le nostre voci.

Ho già accennato al Gastone Blues e per noi Gastone sta sullo stesso piano – né è meno lirico con le sue screpolature gutturali – dei suoi “sidemen”. Li cito in ordine di apparizione canora: quel punk di Enrico Caruso, lo stonatissimo Albert Ayler, Maria Callas con la sua blackness e Blind Willie Johnson, la cui voce rauca e gracchiante s’impasta con lo sciabordio delle onde sulla banchina del porto vecchio.

CG: In Necropolis, Franco Brocani metteva in scena una sorta di ‘limbo dei miti’, un teatro di spettri e rituali dove l’azione narrativa è sostituita dalla pura presenza dei corpi e del tempo. In Sbundo si avverte una tensione simile verso il rituale, verso un’umanità che sembra abitare le macerie della storia, proprio come i personaggi di Brocani. Sentite di appartenere a quella stessa genealogia eretica del cinema italiano di fine anni ’60? E, nello specifico, riconoscete in quell’idea di cinema come messa in scena di un’estinzione o di un dopostoria un nesso diretto con la vostra ricerca estetica sul corpo e sul margine?

JC: Bisogna stare dentro e fuori la cosiddetta Storia. Bisogna bruciarsi e al contempo guadagnarsi una distanza che consenta di assistere al formarsi delle radiazioni paurose del nostro tempo. Si tratta di essere inattuali e perciò fuori tempo in ogni tempo. Si tratta di essere, nella nostra inattualità, più che attuali. Sto parlando anche da scrittore.

Sbundo lo abbiamo girato nel 2013, montato in prima battuta nel 2020, ritoccato nel 2025, in occasione della prima proiezione a Parigi. Il dato di fatto è che oggi il nostro film è più guizzante di ieri, fresco come una rosa. Andando ai minimi termini, non ci sono che due tipi di film: i film vivi e film morti. Ogni frame di Sbundo rivendica il proprio status di film vivo vivo: vivo di una vita così ampia da contemplare, e contenere, la propria morte.

Se i colti rituali di Necropolis sono programmatici e teatrali nella loro sospensione limbica, i rituali antinfernali di Sbundo no. Essi sono circoli viziosi prodotti dal dissanguarsi dell’azione e, ancora prima, dal girare a vuoto di una vita, quella di Gastone, intrappolata come una mosca in un bicchiere. Noi salassiamo l’azione per farle spurgare via i cliché, per degenerarla e ricondurla a una veracità ambientale, a una midollarità esistenziale.

Nutriamo rispetto per le eresie italiane degli anni Sessanta e Settanta, pur non sentendo d’intrattenere un rapporto genealogico con quel fertile terreno sperimentale. Restando peninsulari, ci sentiamo più legati al Pasolini di Salò, al Ferreri della Grande abbuffata, al Petri di Todo Modo, all’Antonioni di Professione: reporter, al Bertolucci di Ultimo tango a Parigi. Devo tuttavia precisare che il nostro cinema è fatto in minima parte dei nostri film preferiti. Inteso quale linguaggio artistico, il cinema è un lattante, si muove ancora a carponi, quindi non andrebbero prese troppo sul serio le sue lallazioni e i suoi ruttini – noi non lo facciamo.

Bach e Rembrandt, Louis-Ferdinand Céline e Thelonious Monk, per limitarmi a un poker d’assi, sono artisti cui ci rivolgiamo con una commozione e una devozione che sempre si rigenerano, dai quali non smettiamo d’imparare, che non perdono posizioni dentro di noi, al contrario.

Elezioni e passioni a parte, quando Fabio e io lavoriamo insieme abbiamo una sola maestra: la vita. La vita impetuosa e potenzialmente devastante che abbiamo attizzato o da cui siamo stati aggrediti sul set, colti alla sprovvista. Sbundo non è soltanto un film né soltanto il primo tassello di una trilogia.

Sbundo è un progetto di vita.

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