Il completo, la camminata, la mano che si ravvia il ciuffo, lo schiocco del medio per estrarre la prima sigaretta del pacchetto…
Benjamin Voisin è James Dean, Delon ne Il Borsalino, icone varie del noir classico e tantissimi altri, passando per una serie infinita di modelli di spot di profumo… Ozon ritorna con una forma depurata di ogni clutter visivo e mima il cinema d’autore anni ’60, in un’opera incentrata senza mezzi termini sullo stile — della pellicola e del protagonista.
Il regista di Swimming Pool abbandona l’iper-definizione del digitale e i setting altoborghesi contemporanei a colori mentre mantiene il suo gusto impeccabile per la composizione insieme ad alcune ossessioni autoriali: gli specchi, le spiagge sconfinate, l’abbondanza di reference a film precedenti. Il risultato, visivamente, è un trionfo (oltre che un’operazione tecnica minuziosa dal risultato vintage perfino credibile): spudoratamente attraente, da pubblicità, con una fotografia che spinge sui bianchi abbaglianti dei paesaggi assolati, fa scintillare gocce di sudore nella penombra, ritrae come statue i pochi elementi lasciati soli nelle inquadrature — prevalentemente, il protagonista.

Ozon prende il colosso letterario di Camus e ne fa un’opera che è tutta character, scegliendo di aggiungere poco altro alla nuda e cruda allure della figura dell’attore principale scolpita dalla luce. Meursault-Voisin è il film, ne costituisce la maggioranza degli shot: cheekbones, arti, pose prêt-à-porter nel vuoto del cielo, della spiaggia, di una stanza spoglia, di strade algerine non trafficate. (Mastroianni e Karina si muovevano tra la folla caotica, con bambini, marinai e signore che si frapponevano tra loro e la cinepresa traballante…) Un ritmo solenne bandisce i movimenti di camera repentini, indugia su equilibri e simmetrie. L’intenzione eye-pleasing è spudorata, come lo è l’intento celebrativo del medium stesso, con reference innumerevoli anzitutto all’appena citata trasposizione di Visconti, di cui si ricreano molte inquadrature, e poi Bresson, Truffaut, Antonioni, solo parlando di quelle esplicite. Oltre a una marea di altri echi nemmeno rintracciabili nello specifico di personaggi e film…
La narrazione procede in modo irresistibile dando l’impressione di non andare da nessuna parte, calamitata intorno al protagonista come un’antologia di quadretti, da gustare uno a uno, di Voisin che fa cose. La rasatura allo specchio, il timbro delle carte alla scrivania da everyman e, ovviamente, un immancabile vasto assortimento di pose con sigaretta… Il Meursault di Ozon è un walking homage allo stile dell’antieroe cool, un compendio iconografico di prop, azioni, movenze e capi menswear sedimentati nelle nostre cortecce cerebrali di spettatori. La percezione è quella di una serie di gesti talmente accademici da non essere mai davvero personali (quante mani con accendini abbiamo visto su uno schermo?). Meursault sfila per le strade colonizzate di Algeri come un involucro vuoto vestito di simboli, ripete una storia infinita. È Delon, è James Bond, è Marlon Brando e dunque, alla fine, non è (più) nessuno…
È la forma che Ozon dà al tema centrale: Meursault è un indossatore di spoglie umane, connesso solo all’esperienza dell’umanità, ma disconnesso dall’umanità come consorzio; conformista passivo, individuo intercambiabile nell’indifferenza del mondo, come intercambiabili sono le vite di tutti che si susseguono nei secoli. Non è che il caso a determinare il corso degli eventi, basta un bagliore di luce solare a far scattare qualcosa di imprevedibile… Al culmine del pathos, il giovane arabo è come una sirena. Meursault non decide nulla, è trascinato nelle sue stesse azioni da una forza maggiore, inarrestabile, accecante e assordante come l’impeccabile tema originale.
Il valore cinematico del film splende nel vuoto di parole. Ma la scena madre non rompe soltanto “l’equilibrio del giorno” del protagonista: da questo momento, l’opera si fa meno cinema e più libro, non riesce ad affrancarsi dalla soggezione dell’opera letteraria (e a quella delle nuove reference che si sceglie — Pickpocket evidente). Il racconto per immagini molla la presa, si affida ai dialoghi; diventa un film parlato. Una svolta dall’esito fortemente sbilanciato in favore della prima parte, quella visiva e vuota di parole, dove la trama non si fa sentire.
Lo Straniero è anche un’operazione pop, un prodotto in fashion allineato con il recente gusto per il vintage post-bellico[1] (è — mi si perdoni— una miniera di clip TikTokabili con hashtag 50snostalgia). La ricostruzione stilistica straordinariamente credibile contiene, al tempo stesso e per forza di cose, elementi di vintage-secondo-il-gusto-corrente, ovvero un anni ‘50 immaginato, come si vorrebbe che fosse, ricreato a uso contemporaneo e lavato di alcune “imperfezioni” (per dirne una, il personaggio di Marie non ha peli sotto le ascelle).

Anche chi non dovesse amare il safe play un po’ formulaico di Ozon — giovani attori belli, pellicola b/n, shot-cartolina… Cosa può andare storto? — non può che riconoscere l’assoluto valore cinematico di scene come quella dello sparo, l’eleganza degli shot-presagio, i richiami interni intorno al motivo del sole abbagliante. Più difficile da digerire è una certa pesantezza dei continui giochetti citazionisti, dove paradossalmente è chi non coglie le reference dirette a potersi godere una visione ininterrottamente spettacolare.
[1] Alcune uscite cinematografiche degli ultimi tre anni: Marty Supreme, Oppenheimer, Priscilla, i nostri C’è Ancora Domani e Finalmente l’Alba. E poi, naturalmente, Queer di Luca Guadagnino, con cui il film di Ozon condivide l’estetica coloniale, una certa celebrazione del menswear classico e l’importanza capitale del costume design nella costruzione dei protagonisti, fortemente caratterizzati dai rispettivi outfit. Lee è il suo completo di lino chiaro stropicciato con cappello panama, Meursault il suo abbigliamento conformista da everyman alla moda.




