L’evento “REFF HOMAGE – Il cinema di Roberto Nanni”, che si terrà il 10 aprile 2026 alle ore 21:00 presso il Circolo Ribalta di Vignola, nel contesto del Ribalta Experimental Film Festival, rappresenta un’occasione preziosa per immergersi nell’universo di un cineasta che ha fatto dell’ostinazione e dello studio del linguaggio visivo la propria cifra stilistica.
Roberto Nanni (Bologna, 1960, ad oggi naturalizzato romano da anni) è una delle figure più originali e “ostinate” del cinema sperimentale italiano, benché egli stesso neghi questa definizione. Egli dichiara che i suoi film «si occupano di realismo soggettivo e si sottraggono da ogni pretesa innovativa, sperimentale o d’avanguardia». Riconosciuto dall’Enciclopedia Treccani come uno dei massimi esponenti del Found Footage, la sua opera si colloca in un territorio liminare tra arti visive e musica contemporanea, rifiutando le logiche del cinema industriale per perseguire una ricerca incessante sulla materia filmica.
Nanni si forma nell’ambiente culturale della Bologna di fine anni Settanta dove realizza giovanissimo, appena diciassettenne, una lunga serie di film in Super 8mm, debitori dei suoni e della musica provenienti dal Regno Unito e dagli Stati Uniti. Fin dai primi esperimenti, il suo approccio è quasi alchemico: la pellicola non è solo un supporto per immagini, ma un corpo vivo da manipolare.

Il cinema di Nanni si distingue per la tensione incessante tra l’istanza documentaria e la spinta verso l’astrazione, uno sguardo che rigetta le strutture narrative tradizionali per abbracciare un’indagine del linguaggio filmico più viscerale, emotiva e profondamente decostruita.
Il programma della serata offre una panoramica dettagliata della sua evoluzione e permette di analizzare la varietà dei suoi interventi linguistici. In Là sotto, nel parco (1977/1982) l’autore esplora il mondo vegetale attraverso alterazioni chimiche che trasformano il colore e la percezione della natura, come in Lontano, ancora (2008), dove una forma astratta ricorda il cinema scientifico di inizio Novecento. Con Pexer (1988), la collaborazione con Steven Brown dei Tuxedomoon si traduce in una danza di forme astratte in movimento, mentre in Steven Brown reads John Keats. Greenhouse Effect (1988/1989) si assiste a un’interpretazione visiva dei versi poetici di Keats, in cui musica e immagine si fondono in una sinestesia oscura e raffinata.

La capacità di Nanni di dialogare con altre figure radicali del panorama artistico emerge prepotentemente in L’amore vincitore. Conversazione con Derek Jarman (1993), un ritratto intimo del grande regista colto in un momento di estrema lucidità creativa. Una strana simmetria nasce tra Nanni, che sporca e scarnifica la pellicola per vedere meglio, scompone il corpo di Jarman come fosse un paesaggio, e Jarman stesso, che stava approdando al vuoto del Blue, poiché la sua percezione visiva stava svanendo.

In Dolce vagare in sacri luoghi selvaggi (2008), ispirato al primo verso di Tinian di Friedrich Hölderlin, il corpo umano viene decostruito in dettagli delle masse muscolari di Mohammed Ali e Joe Frazier durante un loro incontro di box. Uno studio sul corpo in movimento, che trasforma l’azione atletica in pura astrazione visiva.

Opere come Luce riflessa restituita alla notte (2011) o E lei si scordò (2008) lavorano invece sulla dilatazione del tempo e, come afferma Stefano Catucci in uno scritto critico sul regista (“Roberto Nanni, per un diario dello sguardo”), «utilizzano l’immagine non per far vedere l’invisibile, ma per riaffermarne l’irraggiungibilità, ovvero per confermarne l’invisibilità».

Un capitolo importante della sua carriera riguarda la collaborazione con Gianni Sassi e la documentazione di performance a Milanopoesia 1989, come testimoniato dall’estratto di Takako Saito (Fluxus/Milano Poesia) (1989), nel quale Nanni cattura la delicatezza della performance “Silent Music” (collaborando con lo Studio Azzurro) per trasformare un evento effimero in documento.
In Attraverso un vetro sporco (1999) e Stroll (2015), lo sguardo si fa ancora più soggettivo, nutrendosi dell’opacità e del difetto per denunciare le illusioni della trasparenza. Come sottolineato da Enrico Ghezzi, le immagini di Nanni sembrano provenire «da un altro mondo», indicando territori che la musica e la narrazione tradizionale tentano di raggiungere con difficoltà.

La serata a Vignola, che includerà anche estratti di nuovi lavori inediti e un dialogo con Fabrizio Grosoli, celebrerà dunque un autore che continua a considerare il cinema come un atto di libertà. Il cinema di Nanni non nasce da una volontà di comprensione logica, ma da una necessità viscerale di sentire la realtà, agendo come un “rabdomante” alla ricerca di ossessioni. Per l’autore, il fare cinema è un prolungamento del proprio corpo, un atto radicale paragonabile a «stendere la propria pelle sul tavolo di cucina» per raggiungere una verità che la semplice riproduzione illustrativa non può cogliere.
Nanni rivendica infatti la necessità di percorrere la menzogna per giungere al reale, privilegiando una “dominante trasformazione” dell’immagine. Questo approccio si traduce in una pratica che trae ispirazione dai suoni e dai rumori del quotidiano, elementi fondamentali per espandere la ricettività dei sensi e alimentare un agire cinematografico che si sottrae a ogni pretesa di innovazione o avanguardia codificata.
Un cinema di conoscenza tecnica del mezzo e di ossessioni, un cineasta che preferisce la libertà dell’istinto.




