Trilogie Carnassière #2 (2024) è il secondo capitolo della trilogia in 16mm della cineasta Carole Thibaud sulla macellazione di alcuni animali comunemente consumati sulle nostre tavole. Dopo il primo cortometraggio di 3 minuti con protagonista il pollo, numéro deux racconta l’uccisione del maiale in tutte le sue fasi, includendo macellazione e banchetto finale. Stavolta i minuti sono 14, con un metraggio proporzionato alla quantità di carne e alla stazza dell’animale, come spiega la cineasta dal palco del Ribalta durante la rassegna-omaggio alla sua filmografia e a quella del collettivo Rébenty, di cui è parte insieme ad altri sei artisti (tra cui Julie Borvon e Laure Nillus, presenti con lei a dialogare con il pubblico).

Doveroso, anzitutto, l’apprezzamento tecnico-estetico per la raffinatezza della pellicola, ristampata più volte e scotchata a mano per un risultato dalla texture grezza, con imperfezioni ovunque, aloni sovraesposti e altri piccoli collassi della materia. La regia è un lavoro di primi piani movimentati, ravvicinati, che fanno fatica a restare centrati sull’oggetto mentre ci troviamo al centro di una lotta per la vita. Avvolta da una splendida palette “violenta”, saturata, l’immagine densa della 16mm rilavorata racconta una storia di gravità, legata alla terra (l’impressione del primo film era più aerea, svolazzante). Anche l’audio è su pellicola, una colonna sonora ottica che conserva i dettagli di suoni ambientali stratificati — grugniti, macchinari, strida animali e metalliche; e poi brusio, forchette — un sottofondo continuo che restituisce l’idea di un lavorio incessante, una storia infinita quanto quella dell’umanità che si alimenta.
Tra inquadrature impietose sulla mattanza, mani senza pietà, cigolii di attrezzi e urla suine, il film tocca, a tratti, alcuni stilemi del documentario di sensibilizzazione, ma resta un oggetto artistico privo di funzione — nel senso nobile del termine — ponendosi piuttosto come un tentativo di racconto a tutto tondo della dimensione culturale della macellazione.

Un affare ambiguo, come il memorabile shot ultra-fisso della tavolata che prende forma piano piano mentre assolve lentamente. C’è dell’horror nell’incertezza inquietante dell’oggetto stesso ritratto, non subito riconoscibile — banchetto, catena di montaggio o messa? — ma è inseparabile da movimenti di forchette, brocche di vino, brusio, gesti e suoni addirittura familiari. Cosa stiamo per vedere?
Il film procede in crescendo. “Mire l’abominable”. Mentre si consuma il climax sanguinario la camera vacilla alla “Napoleon” di Abel Gance, sbalzata qua e là nel cuore dell’azione. Strattonamenti, coltelli che affondano… Alcuni shot decentrati ci risparmiano dei dettagli, ma non è per pietà dei nostri occhi, solo pura energia cinetica.
Quando il film, come si diceva, sembrerebbe prendere una direzione etica precisa, ecco che, gradualmente, avviene qualcosa di inaspettato. Con la comparsa di tagli di carne via via più piccoli la risposta del nostro cervello cambia, l’immagine ci appare sempre più rassicurante, l’orrore si diluisce finché lo shot diventa immagine neutra, addirittura familiare (i tagli da macelleria visti un milione di volte) se non assimilabile a qualcosa di piacevole (ricordi di qualche nostro/a parente che cucina facendo a cubetti una pancetta, della preparazione di serate conviviali). Le mani esperte dei macellai ci potrebbero ricordare momenti di felicità infantile al supermercato.

Di fatto, però, il film è un oggetto senza salti; non cambia il taglio della regia, solo il taglio di carne. La corporeità del 16mm resta ancorata senza riserve alla certezza fisica della materia, alla concretezza del gesto rituale. Le composizioni zoommate e traballanti riguardano tanto il maiale sacrificato quanto le mani esperte dei negozianti al lavoro. Il salto avviene nella nostra testa in virtù di associazioni pre-logiche, immagini preesistenti divise culturalmente tra disturbanti e neutre. A un certo punto della proiezione, chi lo stava facendo può smettere di coprirsi gli occhi con le mani. Ma in che punto l’animale diventa solo materia?
E torniamo — quasi — all’innocenza di prima. Il coltello è posato, tutto ricomincia. Sulla macellazione, il film non espone niente che non sappiamo. Mette in luce qualcosa che non sapevamo, forse, su noi stessi. Che certe immagini sono perfino belle — il rito, che ci piaccia o no, è una cosa che esteticamente capiamo molto bene — e che certe altre non ci disturbano come dovrebbero. La crudeltà è (stata) inseparabile dalla cultura. Ciò che ci rende carnefici ci ha reso tante volte famiglia, innesca convivialità.
Il terzo capitolo della Trilogia non è ancora stato girato ma — ce lo anticipa Thibaud — sarà sugli agnelli. Alla proiezione, la regista stessa precisa di non essere (ancora?) vegetariana, “sospetto” che si affaccia gradualmente durante la visione, insieme alla comparsa delle immagini da macelleria. Proprio gli shot dove non occorre coprirsi gli occhi sono forse i più intriganti, con i macellai al lavoro — noi? — su igieniche superfici di negozio…



