Tra i tanti film interessanti proiettati alla sesta edizione del Ribalta Experimental Film Festival, due film in particolare mi hanno colpito. Il primo è un film che potremmo definire “lirico”, che ricorda molto un certo cinema sperimentale del secolo scorso, tanto affascinante quanto poetico. Il secondo utilizza un approccio diverso: è un film, si potrebbe dire, più “tecnico”, nel senso che è il risultato di uno studio più teorico, è un’emblematica restituzione filmica di alcuni documenti originali. Ad accomunare i due film ci sono i misteri inclassificabili della vita: ciò che è inspiegabile, ciò che rimane spiegabile in parte, ciò che ci sembra reale ma non lo è, e viceversa. Poi, oltre questo, la pellicola, posta al centro di entrambe le opere. Nel primo caso, in Daccapo di Liam Baldini, vengono utilizzate riprese originali realizzate nel formato Super8, e nel secondo caso, in unidentified di Francesco Zanatta, vengono montati materiali d’archivio del National Archives and Records Administration e del Prelinger Archives.
Daccapo (Liam Baldini, 2025)

Daccapo è un film che rievoca in parte il cinema lirico e mitopoietico del New American Cinema come quello di Robert Beavers e Gregory Markopoulos, in parte quel cinema sperimentale e underground giapponese contemporaneo in 8 e Super8 millimetri. Un cinema poetico, musicale, dalla pellicola calda e le atmosfere metafisiche. Baldini compone un ritratto indistinto di due giovani che si ritrovano a vagare tra i ruderi marziani di qualche campagna. È in questo spazio che sembra alimentarsi simbolicamente quel senso di estraniazione che la società della nevrosi e dell’iperattività ha imparato a conoscere. Ovviamente, l’uso della tecnica analogica non può che risultare coerente in questo. Veniamo scagliati in un ambiente alieno e perturbante. I colori sono quelli di una città ferma e lontana. Così, un palazzo abbandonato diventa un collage di vetri rotti, ingranaggi, stanze colme di detriti, macchie, incrostazioni e ombre, in cui la presenza delle due figure ha il respiro ampio ma affaticato proprio di un’afa agostana. Un sole sempre calante proietta sulle superfici la sagoma delle rovine; una luce arancione, che contribuisce a rendere gli spazi ancora più “marziani”. Poi, nel mezzo di un campo di grano, come intorpiditi dalla luce, i due s’addormentano sotto una quercia. Le immagini si fanno meno metafisiche e più oniriche. Un’accesa luce crepuscolare penetra tra le fronde; il tramonto risplende nel mare, accende le nuvole e infuoca il cielo. Poi, ancora un crepuscolo, e ancora un tramonto di fuoco nei quali i due ragazzi si confondono. Baldini segue lei, camminando per la spiaggia, accecati dalla luce.

L’uso del Super8 millimetri, associato a un tipo di atmosfera metafisica, aiuta ad allontanarci in qualche modo dal presente. Eppure, allo stesso tempo il film si pone poeticamente come condizione universale. Sicuramente la scelta del formato, per Baldini, ha una ragione che va oltre quella estetica, e in parte, personalmente, mi sento di spiegarla con l’innegabile aspetto evanescente che può raggiungere la sua materia. La pellicola – il Super8, a maggior ragione – ha permesso in questo caso una visione più sfumata, meno definita e definitiva della realtà. Il film, perciò, stupisce e colpisce piacevolmente per l’utilizzo consapevole della cinepresa e per la messa in scena delle situazioni. Tutte le sensazioni di lontananza, di eternità e alienazione arrivano grazie alla fotografia, alla scelta dei tempi in cui girare e alla scelta della pellicola, oltre che alla musica – davvero appropriata.

unidentified (Francesco Zanatta, 2025)

Di Francesco Zanatta mi era capitato già di vedere il suo Viva la notte (2022), cortometraggio molto interessante in cui l’archivio digitale di centinaia di persone che avevano filmato le loro lunghe serate in discoteca diventa un ritratto astratto dell’immagine in dissolvenza, ma anche della forma insonne che, nella sua metamorfosi, diventa non-identificabile. E in un certo senso Zanatta sembra proseguire quella ricerca anche in questo cortometraggio, nel quale apparentemente sembrerebbe trattare d’altro – gli UFO – mentre in realtà, a mio avviso, ritorna a parlare di ciò che è inclassificabile, dell’umana paura per l’oblio. Ad unire i due lavori c’è quindi quella forza d’attrazione che spinge in qualche modo l’umano verso orizzonti ignoti, turbolenti, mistici. E poi c’è il buio: è quando cala il sole che le persone avvistano più spesso gli oggetti non identificabili. In Viva la notte, Zanatta passa dall’umano al non-umano, in quanto le figure si astraggono e subiscono quella metamorfosi che le trasforma in concetti. In unidentified avviene qualcosa di simile: il concetto (non-identificabile) dell’alterità extraterrestre è accostato a qualcosa di concretamente umano come gli home movies. Scene di vita quotidiana in casa, bambini che giocano, cani portati a passeggio, cene di famiglia e feste di compleanno vengono avvicinate a inquadrature sul cielo, dove gli oggetti luminosi si muovono, presumibilmente osservandoci. L’archivio viene utilizzato anche perché il testo dei documenti riporta delle storie, dei fatti raccontati da persone vere, che credono d’aver avvistato dei veri UFO. Anche qui, la pellicola aiuta ad enfatizzare l’idea di indefinitezza; quell’indefinitezza che caratterizza il cielo, angoscioso teatro di transiti non-umani, costantemente esaminato in quanto creduto lui per primo esaminante.

Il testo non viene riportato in blocchi, anzi, talvolta viene scomposto e frammentato quasi come fosse una lirica futurista. A un certo punto, nel capitolo “analisi approfondita”, si dice: “SE POSSIBILE, cercate di indovinare o stimare/verso l’orizzonte/mezzaluna arancione/bianco luminoso/Altro: Probabile Inganno/striscia rotante/come tutti li abbiamo visti/tutti dall’alto…”; un occhio vicinissimo lampeggia, la pellicola scorre, il film sembra diventare molto più imprevedibile, con un testo montato quasi con la tecnica del cut-up e le immagini più liriche e impenetrabili. Diventa allora chiaro che l’iniziale intenzione “filologica” del film non può che scontrarsi, nella sua fase più lirica e sperimentale, con l’attuale impossibilità di svelare tale mistero.




