«Ricorda François, l’arte, non è un passatempo, è un sacerdozio.»
Jean Cocteau, a Truffaut, in Nouvelle Vague (R. Linklater; 2025)
Quando l’arrivo in spiaggia di Antoine Doinel – ne I 400 Colpi del 1959 – sancisce una prima indelebile eco di libertà nel cinema di François Truffaut, quest’ultima diviene potenzialmente leggibile – ad esempio da Jacques Derrida e i suoi fantasmi – nel simbolico accostamento mare-essere umano, nonché nell’ipotetica soglia del prodotto di due testi distinti. A tal proposito nel cortometraggio di Miglé Križnauskaité si scorge qualcosa di simile, ovvero si ha l’impressione di entrare in un orizzonte di prossimità acquatica teso al servizio di una decostruzione, ma senza far uso del fermo immagine.
La pellicola in Super 8mm utilizzata per l’opera filmica di appena 7 minuti di Miglé Križnauskaité crea una cornice antica, un involucro talvolta avvizzito, ma costantemente permeato da un fluido, che mostra l’imperfezione della vita umana. Quest’ultima però, pur venendo lasciata ai margini, resta sempre presente grazie alle tracce che rendono sacra la sua assenza.

In quello che appare allo spettatore come un intreccio tra cinema di ricerca e documentario poetico, la regista, scrittrice e produttrice lituana di Does the Sea Have a Heart? (2025) si dedica a uno studio sulla marginalità dei corpi, che vengono richiamati da ombre, da segni sulla sabbia deserta, da polvere dorata.
Il cortometraggio di Miglé Križnauskaité è stato presentato quest’anno alla sesta edizione del Ribalta Experimental Film Festival. L’opera in Concorso raggiunge lo spettatore come una serie di domande interconnesse e costantemente soggette al mutamento delle forme; alla testimonianza reale o inventata di un cambiamento rivelato come un sussurro, e reso manifesto attraverso le vitree forme di uno stereomicroscopio; alla pluriforme iridescenza del sale o della celluloide; o come, ancora, all’esposizione di un’estesa collezione di conchiglie, dove poter non osservare ma ascoltare qualcosa che non si vede.

Al legame intimo della regista con il Mar Baltico, esplicitato nel finale, si accompagna invece a intermittenze, e per tutta la durata del film, una voce fuori campo. La voce di donna che si ascolta, come originaria di una misteriosa profondità, è volta a indagare, chissà se per la prima volta, i possibili confini di un battito onnisciente, l’andamento del suo ciclico respiro.
L’ipotesi sul cuore del mare nel film è anche musica. Questa melodia, come un brusio, avanza e si ritrae, somigliando a una ninna nanna, al primo ascolto di un battito cardiaco dal grembo materno, oppure a un ricordo ancora in vita di un’anziana signora.

Il mare è dipinto filmicamente nell’atto di circondare le tracce lasciate dall’Uomo. Le onde le curano e le conservano fin dove, tra altri dettagli di schizzi e riflessi, appaiono talvolta in forma di fiume-sentiero, di spiraglio luminoso che riflette l’immaginazione che le circonda, o nel loro cratere silenzioso, come unico ritrovo su cui la camera indugia, come lo specchio di un’anima collettiva.




