Un uomo subisce l’intrusione attraverso l’orecchio di un insetto non ben identificato. La sua percezione della realtà si fa disturbata, forse è cominciata una trasformazione post-umana. Impossibile non pensare a Tetsuo che barcolla in metropolitana in preda a spasmi metamorfici…
Ma l’incidente paranormale arriva in un contesto già J-horror: il protagonista era entrato in scena completamente privo di sensi, collassato in vari punti della città. E poi, altre persone riverse per strada; telefonate enigmatiche che insinuano anomalie in corso dietro l’ambiguità della lingua. È la categoria del myō, l’irregolare, una fobia tutta nipponica.
Interface, infatti, è un corto sci-fi girato su pellicola 16mm dal sapore indiscutibilmente giapponese di cui colpisce l’uso impressionista di una varietà di tecniche analogiche elegantemente eseguite e combinate. Con la deriva sensoriale del protagonista, la texture della realtà si fa piena di interferenze, confusa, distante: sfarfallii e cambi di grana, sovrapposizioni ectoplasmiche, malfunzionamenti con frame che scappa verso l’alto trascinandosi dietro il seguente. La scelta di Kawazoe dell’analogico totale implica anche una sorta di correttezza filologica, dato che si rappresenta una faccenda sensoriale attraverso interventi sulla pellicola materiali: è forse grazie a tale presupposto concreto che il risultato è così palpabile, solido, convincentemente multisensoriale.
Onnipresente, un ronzio ambiguo e mutante di natura biologica o tecnologica, difficile dire se blatta o sintetizzatore. L’apparato sonoro è certamente debitore verso il decennio d’oro dell’elettronica, come spiccatamente anni ’80 è lo spirito minimalista di composizioni e sceneggiatura, affidato alla potenza di pochi elementi altamente simbolici e gesti archetipici, con elegante coerenza interna (il gioco del bambino che punta il riflesso di uno specchietto su target umani e non, il grande specchio tondo che evoca la presenza di un mondo parallelo). Cinematograficamente emozionanti, alcune soluzioni narrative minimaliste difficilmente superabili da qualunque possibile messa in scena letterale, come la simil-soggettiva concettuale del volo dell’insetto resa soltanto con un piccolo fascio di luce e ronzio, come un occhio di bue che cerca il punto perfetto sul corpo della vittima.
La natura della forza dietro gli eventi paranormali in corso non è chiara. E non potrebbe essere altrimenti: l’horror giapponese è una categoria ontologica diversa da quello occidentale, in quanto basato su incubi e ossessioni specificamente local, come la paura – di origine Shintō – dell’inclassificato e di ciò che non ha confini precisi, dunque una forma instabile. Il folklore giapponese è pieno di entità trasformiste, in grado di assumere aspetto antropomorfo e infiltrarsi nell’area umana se non si mettono in atto alcuni necessari accorgimenti rituali. Si teme, in generale, l’intrusione nei nostri confini di ciò che non è umano, di morti/spiriti, come Sadako che striscia fuori dal televisore verso di noi. Il titolo originale del film è Yūmei no mushi, l’insetto dello yūmei, parola che designa una coppia di opposti, letteralmente “buio e luce”, ovvero il mondo dei morti e quello dei vivi, l’aldilà e l’al-di-qua. Le ingerenze del primo nel secondo (inclusi i casi in cui lo spirito di un morto non riesce a lasciare la nostra dimensione) si riconoscono da eventi myō, anomali, e poi portano alla pazzia, a una trasformazione non desiderata, in cui è difficile non vedere anche una metafora post-atomica. Nel novero delle entità “a cavallo del confine” rientrano parzialmente i bambini, come quello che gioca con lo specchietto, immuni alla dimensione horror proprio perché entrati da poco nella nostra dimensione, forse odorano ancora di fantasma…
Di un’opera così gustosamente poco didascalica può sorprendere il finale ultra-grafico, con animazione, che ci mostra chiaramente un nemico informe, indefinito, dilagante, senza connotati. La casa vuota, silenziosa, fa pensare a quella di un altro cult, Kairo (2001). Stavolta, la preda dell’inquietante entità soprannaturale è una ragazza, a suggerire l’idea di un’epidemia, di un contagio. Una dinamica horror talmente classica che il finale arriva con un (poderoso) quid metacinematico.
A proposito di citazioni, la corsa finale traballante con soggettiva a seguire sembra proprio un omaggio diretto al già citato cult di Shin’ya Tsukamoto.
Ultima chicca: in questo remix di ossessioni nazionali non poteva mancare una piccola traccia di reminiscenze belliche: il bambino gioca a puntare un raggio di luce riflessa con un “piyuuuu… don!”, il suono di un missile sganciato che atterra sull’obiettivo.
Nota su Giappone e impressionismo
Il principio cinematografico dell’impressionismo, introdotto da Abel Gance e colleghi ormai più di un secolo fa, ha a che fare con la rappresentazione di quel che è in corso all’interno del soggetto (per lo più sconvolgimenti emotivi) mediante l’alterazione dell’immagine realista; oltre a ritmo, montaggio, movimenti di camera e, ovviamente, primi piani. Lo spettatore riceve un’impressione di quel che il soggetto prova, vive dal suo punto di vista; diventa, in un certo senso, il soggetto.
D’altra parte, il Giappone ha una tradizione impressionista sviluppatissima, una cultura pop della rappresentazione visiva di stati d’animo monumentale che noi italiani conosciamo bene, e senza nemmeno bisogno di scomodare il cinema, grazie a quattro decenni di esposizione quotidiana all’animazione analogica nipponica. Dagli anni settanta ai duemila, abbiamo assorbito stilemi impressionisti made in Japan ormai largamente dati per convenzionali: occhi che diventano bianchi per lo shock, sfondi che ospitano vortici astratti, zoom-out drammatici e così via. Nei manga, simili effetti grafici si accompagnano spesso a onomatopee non di suono ma di sensazione, dette gitaigo, caso glottologico unico ed elemento puramente impressionista della lingua.



