PRIMA, DURANTE E DOPO – “5 ANNI E UN’ESTATE” DI MAURO SANTINI AL REFF 2026

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Mauro Santini nella sua filmografia ha dimostrato di avere un profondo legame, certamente nostalgico, con il passato e le afose estati ricche di ozio e avventure; non sorprende, dunque, l’ossequiosa riverenza del regista nei confronti della poetica di Cesare Pavese, scrittore e poeta che fa dell’estivo e della giovinezza temi centrali della propria produzione artistica. 

“Attesa di un’estate”, “Qualcosa nei passi e nello sguardo”, “Le belle estati”, “Fine d’agosto”, “Le feste senza fine” ed ora “5 anni e un’estate” sono tutte porzioni del medesimo affresco pavesiano: il regista si getta in assolati e fugaci sguardi alla gioventù nel faticoso (e necessario!) tentativo di rimettersi in contatto con il proprio sé passato.

Un tale approccio potrebbe essere l’unico modo per sopravvivere al presente; l’anticamera dell’orrore è quel momento in cui un adulto si arrende e perde il legame con il proprio fanciullo interiore. 

C’era una volta, tanti anni fa, un bambino-ragazzino che saliva in sella ad una bicicletta e sfrecciava per il paese in compagnia dei suoi amichetti. E poi i castelli di sabbia, le partite al Game Boy, gli spintoni durante le partite a calcetto, i gelati mangiati al parco giochi, il non sapere nulla avendo tutto da imparare, un andirivieni di altri coetanei (chissà che fine avranno fatto) con cui giocare. 

Ognuno ha i propri ingredienti che miscelati producono il personale passato, ma la ricetta sforna il medesimo dolce: una creatura da non confinare alla periferia della memoria per non perdere il baricentro della propria identità; lo rende manifesto Pavese in quel che scrive con una nostalgica e fatale depressione, lo sottolinea Santini nel suo cinema con uno slancio ottimista. 

Il corpus letterario di Cesare Pavese non è l’unico pilastro su cui “5 anni e un’estate” si posa; infatti, la pellicola è un diario (formula narrativa al centro della produzione di Santini) che richiama lo sperimentale “Boyhood” di Richard Linklater.

Se Linklater racconta la vita di Mason Jr. seguendolo per 12 -reali- anni, Santini compie una prodezza simile raccontando la vita scolastica di una classe di studenti dall’inizio alla fine delle elementari. 

Ad incorniciare la vita dei giovanissimi sono gli strascichi del terremoto che ha coinvolto le Marche nel 2016, l’arrivo e la conseguente convivenza con il Covid-19, il successivo ritorno alla normalità con una cittadina ancora cosparsa di calcinacci. 

Il linguaggio cinematografico usato per mettere in scena la crescita dei protagonisti cambia insieme a loro; è tuttavia difficile dire se la progressiva evoluzione del genere di “5 anni e un’estate” sia una scelta consapevole attuata dal regista.

Il mediometraggio stipula con lo spettatore un contratto iniziale in cui sancisce la propria natura documentaria, ma con l’incedere degli eventi (e la progressione degli anni) si manifesta sempre più irruento un profondo statuto finzionale: quanto più il bambino cresce, tanto più la sceneggiatura si fa incisiva. Il mutamento è ben rappresentato dalla spontaneità della prima elementare che cede il passo, nell’estate che la separa dall’inizio alle scuole medie, alle precise indicazioni da seguire sui movimenti in scena.

Indipendentemente dall’intentio autoris, l’intentio operis di “5 anni e un’estate” sottolinea quella perdita di sincerità e spontaneità che accorre con la crescita.

È anche questo l’altro vitale insegnamento da estrapolare dall’opera di Mauro Santini: il mondo cambia, le persone cambiano; al netto dello scorrere del tempo, è necessario non smarrire le proprie coordinate imparando dalle creature più innocenti del pianeta. 

Viene detto spesso ai giovanissimi di non sapere cosa sia la vita. E se, invece, fossimo noi adulti ad averlo dimenticato? 

È ancor più tagliente Cesare Pavese in “Feria d’agosto”, nel racconto breve “La Langa”: 

«Io sono un uomo molto ambizioso e lasciai da giovane il mio paese, con l’idea fissa di diventare qualcuno […] e vi ebbi una certa fortuna. […] Un bel giorno tornai invece a casa e rivisitai le mie colline. […] Le sere di quell’estate, dal balcone dell’albergo, guardai sovente la collina e pensai che in tutti quegli anni non mi ero ricordato di inorgoglirmene come avevo progettato. […] Non so chi ha detto che bisogna andar cauti, quando si è ragazzi, nel fare progetti, perché questi si avverano sempre nella maturità. […] Ripresi dunque a viaggiare, promettendo in paese che sarei tornato presto. Nei primi tempi lo credevo, tanto le colline e il dialetto mi stavano nitidi nel cervello. […] Ma ormai sono passati degli anni e ho tanto rimandato il mio ritorno che quasi non oso più prendere quel treno.». 

Il film è stato prodotto dall’Istituto Comprensivo Paoletti, Pieve Torina, Piano Nazionale Cinema e Immagini per la Scuola – Ministero della Cultura e Ministero dell’Istruzione.