Virgilio Villoresi è oggi una delle voci più originali e coerenti del cinema sperimentale e visivo contemporaneo italiano. Fiorentino di nascita e milanese d’adozione, il suo percorso nasce da un incontro profondo con le avanguardie storiche: dalla ricerca alchemica di Harry Smith alla visione strutturale di Jonas Mekas, passando attraverso gli immaginari radicali dell’avant-garde europea e americana fino al cinema sperimentale italiano di Paolo Gioli e Alberto Grifi.
Da oltre vent’anni Villoresi coltiva un linguaggio cinematografico in bilico tra l’animazione manuale, il collage visivo e la manipolazione diretta del materiale filmico. La sua pratica rifiuta le scorciatoie digitali – prediligendo tecniche artigianali come la stop-motion, gli effetti ottici in camera e la costruzione teatrale di scenografie e strumenti visivi – per riscoprire un cinema che racconta il gesto stesso della visione.
Con Orfeo (2025), presentato fuori concorso alla 82ª Mostra del Cinema di Venezia e distribuito nelle sale italiane, Villoresi porta per la prima volta questa estetica in un lungometraggio che intreccia live action, animazione artigianale e materiali ottici per esplorare mito, memoria e sogno.
Di questo e tanto altro abbiamo parlato con lui nella conversazione che segue.

Nel tuo lavoro si avverte una linea di continuità tra cinema sperimentale, teatro d’avanguardia e pratiche visive pre-cinematografiche. In che modo questa eredità storica influisce sulla struttura narrativa dei suoi film? Il tuo cinema può considerarsi una forma di “archeologia del vedere”?
Sì, certamente: tutte queste forme hanno plasmato in profondità la mia creatività, il mio modo di affrontare la narrazione e persino le scelte più concrete della messa in scena. Il motore primo è sempre un sentimento di meraviglia, di stupore: ho bisogno di vedere l’effetto accadere davvero davanti alla macchina da presa, di percepirne la magia nel momento stesso in cui nasce. Per dare una struttura solida e intelligente a questa esigenza quasi istintiva, mi aggrappo ai miei riferimenti tanto del cinema sperimentale e pre-cinematografico, quanto del cinema classico. Ci sono registi che hanno orientato la mia formazione e che, ancora oggi, mi aiutano a convogliare le mie ossessioni in una forma narrativa accessibile e fruibile per lo spettatore, trasformando ciò che è intimo e personale in un linguaggio condivisibile.
La tua formazione deriva da una vasta gamma di riferimenti (da Maya Deren a Jean Cocteau, dal cinema underground americano alla sperimentazione italiana). Come riesci a sintetizzare queste influenze, spesso contraddittorie, in un linguaggio coerente e personale?
Sono cresciuto amando allo stesso modo il cinema classico, il realismo, la Nouvelle Vague, ma anche il cinema sperimentale e gli autori che hai citato. È proprio da questa doppia anima, narrativa e anti-narrativa, realista e visionaria, che nasce, credo, la possibilità di un linguaggio personale e originale. Il punto è che nutro un amore sincero e profondo tanto per il cinema raccontato quanto per quello astratto, e conoscere intimamente questi linguaggi mi permette di farli dialogare. A unirli è sempre il ritmo: l’architettura nascosta del film, la sua ossatura segreta. È attraverso i tempi di regia e di montaggio che forme apparentemente lontane si incontrano e si contaminano.
In un’epoca dominata dalla CGI e dal montaggio digitale, la scelta di lavorare con tecniche manuali e analogiche appare quasi un atto di ribellione estetica. Per te cosa significa resistere digitalmente attraverso l’uso di pellicola, stop-motion e materiali ottici? Quali sono le tecniche che utilizzi e gli escamotage che inventi?
Per me “resistere”, se così possiamo definirlo, è prima di tutto un atto di coraggio, ma anche un gesto di fedeltà verso lo stupore originario che mi accompagna da sempre. Sin dai miei esordi, ormai quasi vent’anni fa, ho avvertito in modo naturale il bisogno di divertirmi, di giocare, di sorprendermi davanti alla macchina da presa. È un impulso infantile e insieme profondamente creativo, che non ho mai voluto tradire. Orfeo incarna proprio questa inclinazione: il desiderio di misurarmi con trucchi ed effetti visivi artigianali, di far vivere l’immagine attraverso processi concreti, materici, realizzati in camera. Sono tecniche che cerco fin da bambino e che continuano a emozionarmi molto più delle possibilità offerte dal digitale. In esse ritrovo una verità che per me resta il cuore stesso del fare cinema.

Il tuo processo creativo sembra assimilabile a una “bottega” artigiana più che a un set cinematografico convenzionale. Quanto conta per te il rapporto fisico con la materia e l’esperienza tattile del filmare?
Per me ha un valore decisivo l’esperienza tattile e concreta della scenografia: le miniature, le architetture in scala 1:1, gli oggetti che esistono davvero nello spazio. Ricostruire tutto in studio, rinunciando alla CGI e alla post-produzione, mi consente di instaurare un rapporto fisico con l’immagine, di sentirla vivere mentre la creo. Ma soprattutto, ed è forse la ragione più profonda che mi ha condotto verso questa scelta, mi permette di governare la luce in tempo reale. La luce non è un semplice strumento tecnico: è l’atmosfera stessa del film, è ciò che modella le emozioni e scandisce il respiro delle scene. Poterla modulare direttamente sul set, mentre mi muovo dentro lo spazio costruito, è essenziale per me. È lì che il mondo immaginato prende davvero forma, diventando tangibile, abitabile, vero.

Nel tuo lavoro l’errore e l’imprevisto non sono incidenti da correggere, ma strumenti narrativi e formali. Come si combina questa estetica dell’errore con una visione complessiva di senso e poesia nel tuo cinema?
L’errore è parte integrante di un cinema materico, fatto con le mani, specialmente quando si parla di trucchi ottici. Un trucco realizzato in scena non è mai perfetto: porta con sé imperfezioni che il digitale tende a cancellare. Eppure, è proprio questo margine d’imprecisione, a conferirgli una profondità diversa, un’aura irripetibile. I trucchi artigianali sono credibili perché custodiscono la traccia del gesto umano che li ha generati. E in quel gesto c’è la magia. In quell’”errore” nasce l’incanto.
Spesso parli di cinema come di un luogo dei sogni abitabili. In che modo Orfeo estende questa idea, trasformando lo schermo in un universo percettivo più che in una semplice narrazione?
Il vero “segreto” per far convivere forme narrative differenti e per aprire il film a momenti di pura dimensione onirica è, a mio avviso, il ritmo. Il montaggio diventa il fulcro di questa operazione, perché è attraverso il tempo, il suo dilatarsi e contrarsi, il suo pulsare, che mondi e tecniche apparentemente distanti riescono a dialogare tra loro. È come orchestrare una sinfonia visiva e, al tempo stesso, sonora: ogni scena si aggancia alla successiva grazie a un flusso ritmico che le rende fluide, dinamiche, leggibili.

Orfeo nasce dall’adattamento libero del Poema a fumetti di Dino Buzzati. Come hai deciso cosa mantenere del materiale sorgente e cosa lasciare invece alla sperimentazione visiva e poetica?
Dal punto di vista visivo, ogni volta che è stato possibile ho cercato di mantenere una fedeltà profonda alle illustrazioni originali di Dino Buzzati; tuttavia, a un certo punto è stato necessario far convivere il suo immaginario con il mio. Solo così il film poteva diventare davvero personale, intimo, e trovare la propria voce. All’inizio, lo ammetto, avvertivo quasi una sorta di soggezione nei confronti dell’universo buzzatiano, della sua forza iconografica. Ma, lavorando a stretto contatto con Alberto Fornari, abbiamo compreso che il gesto più onesto e anche il più coraggioso fosse quello di accogliere la poetica di Buzzati non come un recinto, ma come un punto di partenza. Abbiamo dunque scelto di rispettarne profondamente l’estetica e lo spirito, ma al tempo stesso di innestarvi il nostro sguardo, le nostre ossessioni formali, il mio modo di intendere il cinema e la bellezza. Ne è nata una fusione: un dialogo tra la sua eredità poetica e la mia visione, che ha permesso al film di esistere non come semplice trasposizione, ma come atto d’amore creativo.

Il film fonde live action con animazione artigianale, scenografie costruite a mano e illusioni ottiche create davanti all’obiettivo. In che modo questi elementi si influenzano a vicenda per creare un’esperienza visiva coerente e immersiva?
La coerenza visiva nasce, a mio avviso, proprio dal fatto che tutto è stato realizzato a mano, senza alcun intervento di compositing digitale. Ogni mondo, ogni effetto, ogni artificio presente nel film è stato costruito fisicamente, davanti alla macchina da presa, e questa scelta conferisce alle immagini una qualità tangibile, quasi palpabile, che lo spettatore percepisce immediatamente. È questo approccio artigianale che permette a tecniche molto diverse di convivere in modo naturale: la stop motion accanto ai trucchi ottici, come l’effetto Schufftan utilizzato per far apparire Eura come fantasma, oppure le prospettive forzate impiegate nella scena in cui Orfeo osserva gli scheletri in lontananza, in realtà una videoproiezione collocata a pochi metri dall’attore. Tutto è stato realizzato senza green screen, senza sovrapposizioni digitali, senza ricorrere alla post-produzione per “aggiustare” ciò che veniva ripreso. Questa scelta radicale di costruire ogni elemento con le mani ha generato un linguaggio visivo coerente, in cui le tecniche non si percepiscono come innesti eterogenei, ma come parti di un unico corpo.

Orfeo è stato pensato non solo come film, ma anche come esperienza: da performance dal vivo con pianoforte a Q&A con il pubblico. Quale ruolo gioca secondo te il contesto di fruizione nel modo in cui lo spettatore recepisce l’opera?
Sì, insieme al distributore Stefano Gariglio di Double Line, abbiamo immaginato un percorso che permettesse allo spettatore non solo di assistere alla visione del film, ma anche di immergersi, in modo sensoriale e ravvicinato, in alcuni degli elementi che rendono Orfeo un’opera così particolare e originale. A Bologna, ad esempio, dopo la proiezione abbiamo proposto una performance al pianoforte di Angelo Trabace, che ha restituito dal vivo l’anima musicale del film. A Roma, al Cinema Troisi, è stata invece Giuditta Sin a offrire una performance coreografica che dialogava direttamente con l’immaginario della pellicola. Cerchiamo sempre di far sì che il pubblico possa vivere Orfeo non soltanto come film, ma come esperienza. Ci sembrava un bel gesto quello di offrire agli spettatori l’occasione di avvicinarsi in modo più intimo e diretto al cuore poetico dell’opera.
Guardando all’oggi, dove la serialità e l’intrattenimento digitale prevalgono, quale spazio trova il cinema artigianale e sperimentale nella cultura cinematografica contemporanea? E quali sono le sfide e le opportunità per autori come te?
La sfida principale, per me, è sempre stata quella di proporre un cinema autentico, profondamente onesto rispetto a ciò che amo davvero. Un cinema che non si lasci troppo condizionare dalle correnti contemporanee, ma che tenti invece di inaugurare un immaginario personale, un linguaggio riconoscibile. È un equilibrio delicato: da un lato è inevitabile essere nutriti e attraversati dai grandi maestri che hanno formato la mia cultura cinefila; dall’altro, di costruire un percorso che assomigli il meno possibile a ciò che si è già visto, e che sia radicalmente sincero nei confronti della mia sensibilità e delle mie passioni. Il fatto di fare un cinema interamente artigianale rende questa sfida ancora più particolare. Non so bene dove questo tipo di approccio possa collocarsi nel panorama odierno, ma spero che possa essere, per i giovani registi e per i nuovi cineasti, uno stimolo concreto: la prova che si possono immaginare e realizzare opere significative anche in modo indipendente, con le proprie mani, inventando soluzioni, sperimentando, costruendo da sé il proprio mondo. Perché è proprio lì, in quella libertà, in quella ingegnosità artigiana, che spesso si trova il terreno più fertile per creare qualcosa di davvero unico.

Prossime proiezioni di Orfeo: sabato 14 febbraio, ore 18:00 al Cinema Modernissimo di Bologna (incontro con il regista Virgilio Villoresi ed esibizione al piano di Angelo Trabace); Giovedì 19 febbraio ore 21:00 presso il Cinema Nuovo di Castefranco Emilia.





