Quando si parla di cinema contemporaneo capace di guardare la vita negli occhi senza filtri, San Damiano di Gregorio Sassoli e Alejandro Cifuentes si colloca immediatamente in quella zona rara in cui il realismo urbano incontra la poesia e il tormento umano. Uscito nel 2024, il film racconta una storia di strada fatta di contraddizioni, desideri e cadute, senza indulgere nel patetico o nel didascalico. È un’opera che osserva, ascolta e resta, lasciando allo spettatore il peso e la responsabilità dell’incontro. Strada che è specchio delle dinamiche sociali ad ogni livello, spinte all’estrema essenza.
Il protagonista è Damian, 35 anni, polacco, in fuga dai fantasmi del proprio passato. Arriva a Roma senza un soldo in tasca, approdando alla Stazione Termini, crocevia umano e simbolico. Ma Damian rifiuta fin da subito la postura più prevedibile della marginalità: invece di dormire per terra con gli altri senzatetto, si arrampica su una torre delle mura romane che sovrastano la stazione, trasformandola nella sua “casa-castello”. Un gesto che è insieme atto di sopravvivenza e dichiarazione identitaria: Damian sceglie un punto sopraelevato, liminale, da cui guardare il mondo e da cui essere guardato.

Nel cinema di Sassoli e Cifuentes la strada non è mai semplice ambientazione, ma metafora centrale. Termini diventa un organismo vivo, un teatro dell’esistenza in cui si recita la quotidianità più cruda: risse improvvise, scambi verbali taglienti, alleanze fragili, gesti di affetto inattesi. È uno spazio che respira insieme ai suoi abitanti, una comunità emarginata che vive accanto e non dentro il flusso incessante delle oltre 150 milioni di persone che ogni anno transitano per la stazione senza fermarsi.
Attraverso Damian, il film ci conduce nel sottobosco umano che popola questo luogo: persone che vediamo ogni giorno, ma che raramente scegliamo di guardare davvero. San Damiano nasce proprio da questa frizione tra visibilità e rimozione, tra prossimità fisica e distanza emotiva.
Non è un caso che il film abbia un’impronta così profondamente immersiva. San Damiano nasce infatti da un incontro fortuito. Dopo un anno di volontariato con la Comunità di Sant’Egidio, distribuendo pasti ai senzatetto, Sassoli e Cifuentes decidono una sera di dormire a Termini, spinti dal desiderio di conoscere più a fondo quel mondo. È lì che incontrano Damian: un giovane con una strana inflessione calabrese, capace di raccontare barzellette e di rivendicare con orgoglio la sua torre. Da quell’incontro nasce il documentario. Inizialmente affascinati da questo personaggio unico, carismatico e pieno di energia, i registi si addentrano nella sua vita: un viaggio sulle montagne russe tra il sogno di diventare un cantante famoso e la durezza della strada, tra vitalità incontenibile e alcolismo, tra slanci di luce e crolli improvvisi. Attraverso di lui, il film allarga lo sguardo a tutta la comunità invisibile che vive intorno alla stazione, una comunità che esiste accanto alla società civile organizzata, ma che continua a farne parte, in quanto umanità.
Damian è una figura profondamente ambigua, costantemente sospesa tra due poli. È angelo quando protegge i più deboli, quando cerca disperatamente amore e appartenenza; è demone quando la violenza, la frustrazione e l’autodistruzione prendono il sopravvento. La sua relazione con Sofia, senzatetto forte e carismatica, incarna perfettamente questo dualismo. La loro storia d’amore divampa nel cuore caotico di Termini come una fiamma instabile: intensa, autentica, ma sempre sul punto di spegnersi o di bruciare tutto. Attraverso questo legame, Damian viene catapultato in un mondo capovolto fatto di cameratismo e conflitti, dove trova finalmente la famiglia che non ha mai avuto. Ma la domanda resta aperta, ed è la stessa che attraversa tutto il film: con una psiche fragile, è davvero possibile forgiarsi una nuova vita nel vortice di Termini?

Le risse in San Damiano non sono mai gratuite: sono esplosioni emotive che raccontano rabbia, paura, desiderio di affermazione, istinto di sopravvivenza. Allo stesso modo, le scene d’amore emergono come parentesi poetiche nel caos urbano, momenti di sospensione in cui la fragilità si fa visibile. Visivamente, il film lavora per chiaroscuri, richiamando una sensibilità quasi caravaggesca: la luce che incide l’oscurità, rivelando nello stesso volto la coesistenza di bene e male. In questo senso, San Damiano dialoga idealmente con altre opere di cinema urbano contemporaneo come Bassifondi dei fratelli D’Innocenzo, ma se ne distingue per una tensione lirica forse più pronunciata, capace di trasformare la cronaca in esperienza sensoriale.
San Damiano è più di un film sulla marginalità: è una meditazione sulla condizione umana, sul bisogno di essere visti, amati, riconosciuti. Sassoli e Cifuentes firmano un’opera che nasce dall’incontro e dalla condivisione, e che invita lo spettatore a fare lo stesso: fermarsi, guardare, non voltarsi dall’altra parte. Alla fine, la forza del film sta proprio qui: nel suo equilibrio fragile ma potentissimo tra realismo e lirismo, tra osservazione documentaria e slancio poetico. San Damiano non si limita a raccontare una storia, ma ci chiede di attraversarla, di abitarla, e di portarne addosso i fantasmi anche dopo l’ultima inquadratura.





